Il gufo che aveva paura del buio

Per addobbare la vostra aula vi propongo questi bellissimi gufi, nati dopo la lettura della favola

“ Il gufo che aveva paura del buio”

1 blog

 La fiaba oggi è da riconsiderare come oggetto didattico, in quanto, ha la capacità di rasserenare, dare conforto, rischiarare i momenti bui e come  dice l’esperto Angelo Nobile nelle fiabe vi son ben sette stimoli che sono altrettante vitamine psicologiche per il bambino.

3 blog

Questi i sette doni:
– la fiaba nutre ed arricchisce la fantasia;
– dilata il mondo dell’esperienza infantile;
– favorisce ed accelera il processo di maturazione globale della personalità;
– potenzia il patrimonio linguistico e i mezzi espressivi;
– soddisfa i bisogni profondi di natura affettiva;
– affina il senso estetico;
– inizia al culto del buono, del vero, del bello». (P.Pellegrino, Astegiano Editore, 2010

 2 blog

 Il gufo che aveva paura del buio 

Non puoi avere paura del buio – diceva Mamma. – I gufi non hanno mai paura del buio. – Io sì – diceva Tombolo. – Ma i gufi sono uccelli della notte – insisteva lei. Tombolo si guardò la punta delle zampe. – Io non voglio essere un uccello della notte – borbottò. – Voglio essere un uccello del giorno.

Tombolo era un piccolo barbagianni che viveva con i genitori sopra un albero. Era uguale a tutti gli altri barbagianni tranne nel fatto che aveva paura del buio. La mamma inutilmente cercava di fargli capire che i gufi non hanno paura del buio perché i gufi sono uccelli della notte. Tombolo però avrebbe voluto essere un uccello del giorno. La mamma provava a spiegargli che lui aveva paura del buio perché non lo conosceva abbastanza e gli chiedeva che cosa conosceva realmente del buio, per esempio se sapeva di che colore era. . . Tombolo rispondeva che il buio era nero. La mamma rispondeva che non era vero, che poteva essere color argento, blu, grigio e di tanti altri colori, ma poche volte nero. Tombolo non era convinto nonostante le rassicurazioni e rispondeva che non gli piaceva e basta. La signora Barbagianni diceva che lui avrebbe dovuto scendere nel mondo e imparare tante cose prima di dire che il buio non gli piaceva. Un giorno gli fece notare che sotto l’albero c’era un bambino che stava giocando. Non essendo bravo ad atterrare, Tombolo fece tante capriole e quando si trovò accanto al bambino, questi pensò che fosse una girandola. Tombolo disse che non era una girandola ma che era un barbagianni. Il bambino era un po’ deluso ma sapeva che non poteva essere un fuoco d’artificio perché era presto per i fuochi d’artificio che avrebbe dovuto accendere con il suo papà, non appena fosse stato buio e lui non vedeva l’ora. Tombolo non riusciva a credere che al bambino piacesse il buio. L’altro affermava che il buio era “fantastico”, soprattutto quella sera che avrebbe acceso i fuochi d’artificio. Tombolo ignorava che cosa fossero e diceva che i gufi non ce l’avevano. Il bambino osservò che erano sfortunati a non averli e spiegò che ne esistevano di vari tipi, lanciastelle, fontanelle, pioggia dorata, razzi. Il suo papà accendeva le code e loro andavano in aria illuminando il cielo di stelle colorate.
Tombolo tornò dalla madre e le raccontò che il bambino sosteneva che il buio era fantastico ma lui non era convinto e che avrebbe aspettato la sera, per guardarlo con suo padre accendere i fuochi d’artificio se mamma Barbagianni fosse rimasta vicino a lui. Anche papà Barbagianni guardò insieme a loro. Cominciò la festa. Un razzo sfrecciò in alto lanciando una pioggia di stelle verdi, poi una fontana di stelle e poi ancora tante altre. Tombolo stava a bocca aperta ed esultava per la meraviglia. Tombolo spiegò al padre che quello che vedevano sfrecciare adesso era un disco volante. Il padre chiese chi fosse quello che saltava da una parte all’altra sotto di loro e Tombolo rispose che era il suo amico con un lanciastelle. Poi vide una girandola e disse che era bellissima e che il bambino lo aveva scambiato proprio per una girandola quando era atterrato vicino a lui. Quando i fuochi finirono, il padre chiese a Tombolo se voleva andare a caccia con lui, ma il piccolo non se la sentì e triste si rivolse alla mamma dicendo che lui desiderava che il buio gli piacesse ma che ancora non ci riusciva. Quando si risvegliò, il papà era tornato con il pranzo. Dopo qualche giorno la mamma lo invitò a scendere ancora per capire ancora qualcosa sul buio e gli indicò una vecchietta seduta su una sdraio alla quale andare a chiedere cosa pensasse del buio. Il piccolo chiuse gli occhi e si lasciò cadere dall’albero andandosi a schiantare vicino alla vecchietta che saltò pensando ad un fulmine. Tombolo si presentò dicendo che era un barbagianni e che era sceso per chiedergli del buio. La vecchina disse che il buio era “gentile”perché nascondeva le cose, i mobili brutti e i buchi nel tappeto. Nascondeva le sue rughe. Nel buio lei dimenticava di essere vecchia. Il buio era tranquillo, silenzioso non come Tombolo che interrompeva sempre come i bambini fanno di solito. Lui disse che non era un bambino, ma la vecchietta disse che le ricordava suo figlio quando aveva quattro anni perché aveva le ginocchia appuntite come lui. La vecchina lo salutò dicendo che era ora di andare a riposare un po’. Tombolo era sorpreso perché pensava che solo i gufi dormissero di giorno. Quella sera il papà gli chiese ancora se voleva andare a caccia con lui. Tombolo rispose che quella sera no perché era occupato a ricordare. La madre chiese che cosa doveva ricordare e lui rispose che doveva ricordare ciò che aveva detto la signora sulla gentilezza del buio, che nel buio non era mai sola perché aveva tante cose da ricordare. La mamma disse che allora sarebbe potuta andare lei a caccia. Tombolo non voleva essere lasciato solo. La mamma disse che se avesse continuato a ricordare come aveva detto la signora, non si sarebbe sentito solo. Tombolo tra sé e sé borbottava che il buio era gentile, chiuse gli occhi e pensò ai fuochi di artificio. Il buio si era riempito di luci. Mentre ricordava, fu distratto da urla di gioia. Erano ragazzi che correvano in cerchio e poi c’erano delle fiammelle sopra un mucchio di bastoncini. Tutti scomparvero nel bosco, tranne uno. Tombolo incuriosito chiuse gli occhi e si lasciò cadere vicino al ragazzo che si spaventò e lo scambiò per un bombolone alla crema. Tombolo disse che era un barbagianni e che voleva capire se stava preparando i fuochi di artificio. Il ragazzo disse che non stava preparando un fuoco di artificio ma lui aveva il compito di sorvegliare il fuoco da campo mentre gli altri erano andati a giocare nel buio. Tombolo gli chiese se gli piaceva giocare al buio. L’altro rispose che era “divertente”. Lui però non poteva andare a giocare, onde evitare che il fuoco si spegnesse perché avrebbero dovuto cucinare le patate, preparare la cioccolata e stare poi tutti seduti intorno al fuoco a cantare. Alle domande del perché facevano quello, il ragazzo rispose che i Boy-Scout avevano sempre acceso i fuochi. Tombolo chiese se anche lui poteva essere un boy- scout, ma il ragazzo rispose che al massimo poteva essere un lupetto, ma doveva avere almeno otto anni. Però poteva rimanere con loro a cantare solo dopo aver chiesto il permesso alla mamma. Tombolo si divertì un mondo quella sera. E poi tutti a casa. La mamma gli chiese che cosa pensasse del buio, ma lui ancora non era convinto affatto. Poi gli diede la cena ma Tombolo aveva ancora fame. La mamma, sfinita, gli chiese quando sarebbe andato da solo a procurarsi da mangiare ma Tombolo, non aveva nessuna intenzione. Il papà portò un pesce che non riuscì a saziarlo e chiese se c’era dell’altro. Il papà rispose che c’era il letto. Quando nel pomeriggio si svegliò fu incuriosito dalla presenza di uno scoiattolo sotto di lui e cominciò a saltellare svegliando la mamma la quale gli fece notare una bambina con la coda di cavallo e lo spronò a scendere ancora e andare a chiedere a lei cosa pensasse del buio. Questa volta l’atterraggio fù più morbido e rotolò proprio vicino alla bambina che lo sgambiò per un gomitolo. Dopo le presentazioni di rito e vari discussioni sulla coda di cavallo della bambina, Tombolo le chiese se a lei le piacesse il buio. Lei rispose che il buio era “necessario”, non se ne poteva fare a meno perché Babbo Natale non sarebbe arrivato. Tombolo non sapeva chi era Babbo Natale e la bimba provò a descriverglielo come lo trovava sui disegni perché in realtà nessuno lo aveva mai visto in quanto lui arrivava solo quando era veramente buio. La bambina le parlò delle renne, di Babbo Natale che visitava in una notte tutti i bambini del mondo e dei giocattoli che lasciava nella calza. Tombolo non aveva una calza da appendere e la bambina se n’è sfilò una e gliela regalò. Bisognava aspettare fino alla vigilia di Natale. Il giorno successivo, Tombolo fu di nuovo spinto dalla mamma a scendere giù per conoscere qualcosa sul mondo. Dall’alto vide una figura che indossava stivali neri, un mantello di pelliccia rosso chiaro e sembrava che avesse la barba. Tombolo era convinto che fosse Babbo Natale. Cadde velocemente dall’albero e finì con il muso per terra. Una voce giovane e gentile gli chiese se si era fatto male e Tombolo si accorse che non si trattava di una barba ma di lunghi capelli biondi. Era una signorina che era andata là per fare dei ritratti agli animali e quindi non avendo ancora disegnato nessun barbagianni, desiderava tanto fare un ritratto a Tombolo che si mise fiero in posa. Il libro era formato da due parti, la prima raffigurante animali del giorno e la seconda animali da notte. La signorina lo aveva messo nella seconda naturalmente e per lei il buio era “affascinante”. Anche dopo questo incontro importante, Tombolo non si era convinto ancora ad uscire e decise di rimanere a casa mentre i genitori volavano a caccia. Stavano spuntando le stelle e Tombolo riusciva a vedere lontano. Si ricordò che la madre gli aveva detto che il buio non era mai nero. Ad un tratto una voce sotto l’albero attirò la sua attenzione e Tombolo sbirciò tra le foglie: era un uomo con uno strano aggeggio e guardava verso la nuvola che copriva la luna. Tombolo chiuse gli occhi e si lasciò cadere. L’uomo pensò che fosse una stella cadente. Lui si presentò come aveva fatto in precedenza e chiese che strumento fosse quello che l’uomo aveva con sé. Era un telescopio e serviva per guardare le stelle e i pianeti, ma non era una buona serata, perché c’erano troppo nuvole. Tombolo disse che il buio non gli piaceva molto. L’uomo disse che non sapeva cosa si perdeva perché il buio era“meraviglioso”. Tombolo volle guardare e vide una stella che gli sembrò vicinissima ma era lontana ottantasette milioni di milioni chilometri dalla Terra. L’uomo spiegò che era Sirio della costellazione del Cane Maggiore che appartiene ad Orione il Grande Cacciatore con tre stelle vicine. Poi l’uomo ruotò il telescopio e cercò la Stella Polare. Bisognava trovare il Grande Carro e le due stelle che puntano verso la Stella Polare. Tombolo vide che era molto brillante e l’uomo disse che quella stella stava proprio sopra il Polo Nord. Un lungo strillo fece decidere a Tombolo di salutare, ringraziare e tornare a casa. La mamma gli chiese che cosa aveva fatto e lui raccontò che per l’uomo il buio era meraviglioso e quando lo aveva salutato, lo aveva chiamato Maestro Barbagianni. La mamma chiese che cosa ne pensasse ora, e mentre lui stava per rispondere, intervenne il padre dicendo che Maestro Barbagianni aveva una bella “faccia tosta”perché mandava i suoi genitori a cercare il cibo e poi non si faceva trovare a casa quando essi tornavano e chiese come mai non avesse fame. Tombolo aveva fame, ma era così entusiasta delle stelle, che continuava a parlarne, senza chiedere “cosa c’è dopo?”, come faceva di solito. Tutta la notte spiegò ai genitori cosa aveva imparato dall’uomo del telescopio e li interrogò per essere sicuro che avessero capito. I genitori erano un po’ in confusione e Tombolo si sforzava di far capire loro la posizione delle stelle perché non si perdessero. I genitori dissero che loro non si erano mai persi, ma Tombolo insistette che dovevano imparare e che avrebbe rispiegato tutto il giorno dopo. Quando si svegliò, stava diventando notte e gridò verso il buio felice di essere ciò che era. I genitori finsero di dormire e lui pensò di scendere giù a vedere cosa succedesse. Non voleva perdersi nulla. Sarebbe potuto tornare l’uomo del telescopio, qualche boy- scout o chissà che cosa. Questa volta atterrò dolcemente e sotto l’albero vide due luci. Erano gli occhi di un gatto. Tombolo si aspettava che il gatto chiedesse qualcosa, ma il gatto non parlò. Allora Tombolo chiese come mai non chiedesse nulla visto che gli altri lo avevano scambiato per una girandola, per un fulmine, per un gomitolo, per un poverino per un bombolone alla crema e per una stella cadente. Il gatto disse che lui vedeva che era un piccolo gufo. Il gatto si chiamava Orione e Tombolo fù sorpreso che si chiamasse come il Grande Cacciatore. Il gatto non capiva a cosa si riferisse e rispose che sì era un grande cacciatore di topi ma non sapeva di essere così famoso. Tombolo gli disse che a lui sarebbe piaciuto avere un nome così ma Orione lo consolò dicendo che invece il suo nome non se lo ricordava nessuno, che lo chiamavano semplicemente Micio e lo invitò ad andare a caccia con lui. Tombolo gli confidò che gli sarebbe piaciuto ma che non si sentiva a suo agio nel buio. Il gatto disse che secondo lui Tombolo era solo convinto di avere paura, che il buio era “bellissimo” e che la luna era bellissima perché colorava di argento tutto ciò che toccava. E così Tombolo fattosi coraggio andò dalla madre a chiedere se poteva andare a caccia con Orione. Tombolo scoprì la notte e Orione gli parlò dei tanti tipi di notte, scoprì il buio che per lui diventò semplicemente “super” e ringraziò Orione di avergli insegnato che era un uccello della notte.

Riflessioni

La scrittrice Jill Tomlinson fu prima cantante lirica, poi con l’arrivo della malattia, diventò autrice di libri per bambini. Protagonista di questo dolcissimo racconto, è un piccolo gufo che rifiuta di essere un uccello della notte, perché ha paura del buio o crede di averne paura. Grazie all’incoraggiamento della mamma e al contributo degli amici che incontrerà sotto l’albero su cui vive, imparerà a conoscere le mille sfumature della notte, a scoprirne le meraviglie, a non averne più paura e a diventare consapevole di essere ciò che effettivamente è, cioè un uccello della notte. Affrontare l’ignoto fa acquistare fiducia in sé stessi e accettare ciò che si è senza desiderare di essere “altro”.

Dai 6 anni.

scritta da Jim Tomlinson  tratta dal blog http://www.comestellecadentinoieglialtri.it/racconti/jill-tomlinson-il-gufo-che-aveva-paura-del-buio/

Materiale per costruire i gufi: scatole di cartone, cartoncino,cerchi, ovali , pennarelli, tempere e tutta la vostra creatività……

per vedere come sono state create le zucche vai al  link   http://www.progettoinfanzia.net/favole-di-zucca/

http://www.progettoinfanzia.net/dallorto-didattico-le-zucche-gufette/

buon lavoro da #progettoinfanzia.net

Share on Facebook0Share on Google+0Email this to someone

2 pensieri su “Il gufo che aveva paura del buio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *